Disturbi di udito e demenza senile

Udito e cervello, sordità e demenza. Come possono questi due mondi apparentemente lontani a trovare correlazione?

Partiamo da un dato certo: circa 1,1 miliardi di persone al mondo sono affette da ipoacusia, ovvero il 16% della popolazione mondiale.

Ma il dato diviene ancora più interessante se analizziamo l’ipoacusia in associazione alla demenza senile: si stima che in 1 caso su 3 la demenza, che oggi colpisce 36 milioni di persone nel mondo, possa trovare tra le proprie cause, anche deficit uditivi.

Secondo il professor Alessandro Martini, Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Organi di Senso e Professore Ordinario di Otorinolaringoiatria, Azienda Ospedaliera Università di Padova, un grave deficit uditivo è in grado di aumentare di ben 5 volte il rischio di sviluppare la demenza senile.

Rallentare anche di un solo anno l’evoluzione del quadro clinico, porterebbe a una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale, con un notevole risparmio in termini di risorse umane ed economiche.

L’ipotesi più conclamata è che un deficit uditivo porta ad un isolamento sociale. Pensiamo ad un anziano ipoacusico che si trova a vivere un momento conviviale a tavola, con parenti o amici, e immaginiamo la sua difficoltà nel relazionarsi se soffre di disturbi dell’udito: inevitabilmente è portato ad isolarsi, ad evitare di interagire, a chiudersi in se stesso.

E se è vero che il cervello è un organo nobile che si nutre di allenamento e di stimoli continui, questo isolamento e questa asocializzazione non è difficile pensare che possano portare ad un decadimento degenerativo cognitivo-comportamentale.

Gli studi dimostrano che il pericolo di decadimento cognitivo è diretta- mente proporzionale al livello di ipoacusia: può aumentare fino a 5 volte nei casi più gravi di sordità e, per ogni peggioramento dell’udito di 10 decibel, si registra una crescita del rischio di demenza di circa 3 volte. Rallentare anche di un solo anno l’evoluzione del quadro clinico, porte- rebbe a una riduzione del 10% del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale, con un notevole risparmio in termini di risorse umane ed economiche.

Allora come prevenire o cercare di rallentare l’evolversi di tutto questo? Innanzitutto è importante la consapevolezza e la sensibilizzazione degli ipoacusici (e dei loro famigliari) verso il deficit uditivo: attraverso scree- ning uditivi quali test audiometrici è possibile definire la propria soglia uditiva ed eventualmente intervenire con ausili protesici. Infatti indipen- dentemente dall’esito sui disturbi cognitivi, i pazienti con apparecchi acustici hanno dimostrato un decorso migliore in termine di manteni- mento delle relazioni sociali, lavorative e affettive.

Posporre e sottovalutare dunque l’ipoacusia ha come unico risultato quello di trovarsi poi ad affrontare un duplice problema: ipoacusia e demenza.

Dott.ssa Martina Tuzi

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